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"Lapis" edizione 05/'04



Sfiga continua?

Il termine usato nel titolo viene dal linguaggio parlato, ma rende bene la sensazione e lo stato d'animo diffuso che affligge, da alcuni anni, ben più di un apicoltore. Il nuovo millennio ha significato per l'apicoltura italiana difficoltà crescenti. Nel 2001 la produzione nazionale è stata inferiore alla norma di oltre il 30%. Nel 2002 il maltempo imperversante in tutta la stagione ha ridotto la capacità produttiva nazionale a misera cosa. Nel 2003 le produzioni estive sono state falcidiate dalla siccità, ma più che altro si è realizzata una progressiva debilitazione degli allevamenti con perdite di famiglie d'api già in fase d'invernamento. Al risveglio apistico primaverile del 2004, in molte zone del centro nord, la quantificazione dei danni è stata più simile al bollettino di una guerra, persa e con tante vittime civili, che non ad una ripresa dei lavori d'allevamento. Infinite le telefonate e le e-mail che iniziavano con "Mi sono sparite il 30, il 40, il 50 (e via… con percentuali ancor più elevate) delle, apparentemente, belle famiglie invernate! Le sopravissute in compenso sono al lumicino: la regina e quattro api, in ritardo di un mese, piuttosto che completamente secche…" per concludere "sapete indicarmi da chi acquistare sciami o famiglie?"
In meridione il quadro primaverile è stato meno fosco, ma da sempre, fino agli anni novanta, le produzioni primaverili del sud dell'Italia si attestavano su belle medie ad alveare; da qualche anno a questa parte, al contrario, siamo stati costretti a considerare, ed obbligati ad apprezzare, come buone rese (intorno ai 20 kg) che una volta sarebbero state considerate misere.
L'elencazione delle possibili cause rischia di trasformarsi in una triste litania:
o parte dall'evoluzione e virulenza delle patologie "classiche" (varroa, pesti e nosema);
o per poi lamentare i danni da pesticidi ed erbicidi; semine con Imidacloprid & C., campagne insetticide sui fruttiferi e contro la flavescenza dorata dei vigneti che si sommano alla miriade di spopolamenti e morie, di diversa consistenza, nel corso dell'intera annata apistica;
o per concludere annotando gli esiti conseguenti ai cambiamenti climatici che noi, contrariamente ai governi che rifiutano di firmare ed applicare quantomeno le misure previste dal protocollo di Kioto, viviamo e verifichiamo drammaticamente sulla pelle delle nostre povere api.
A meno di non addebitare anche questo fenomeno da noi "percepito" alla responsabilità dell'avvento dell'euro, dobbiamo riconoscere che è più quanto ci sfugge che non ciò che riusciamo a spiegare.
Come paventavamo un anno or sono, a proposito della guerra incipiente nel vicino oriente, i meccanismi di comprensione e di governo dei fenomeni non si risolvono con semplicistiche formulette ed "esemplari" esercizi di forza, ma pretendono ben altro sforzo ed intelligenza.
Quanto aveva visto giusto, ancora una volta, Pasolini quando ci avvertiva del pericolo di una notte non attraversata dalle mille pulsazioni luminose delle lucciole! Se questo grande intellettuale ed artista fosse ancora con noi, quale baratro potrebbe indicare nel rischio sempre più concreto e reale di un mondo senza api?
In Francia, paese che come noto ha diverse e più omogenee caratteristiche culturali e floreali, gli apicoltori hanno individuato alcuni dei Killer che impediscono la sopravvivenza delle api ed hanno cominciato ad ottenere alcuni importanti successi giuridici, nonostante la sproporzione di forze tra i contendenti.
Quel poco che riusciamo a sapere del resto del mondo (apistico) indica una possibile tendenza non positiva. Tra i paesi grandi produttori pare che il Messico debba registrare un'annata insoddisfacente mentre in Argentina ad una ulteriore produzione mediocre fa da contraltare una stasi completa degli acquisti e degli scambi, anche a quotazioni in marcato calo, di poco superiori ai due $. Gli U.S.A. hanno riaperto le frontiere al "miele" cinese, mentre gli scambi internazionali segnano il passo con rilevanti flessioni di prezzo.
Nel 2004 gli apicoltori italiani saranno, una volta di più, dediti ad affrontare queste difficoltà rinnovando l'impegno di energie, lavoro ed investimenti con la speranza che il venticello malefico delle sfortune cambi direzione. Solo le attuali, e forzosamente eccezionali, quotazioni del miele consentono, infatti, a molte aziende apistiche europee la sopravvivenza.
In tali frangenti che fanno le nostre autorità amministrative e politiche?
Non abbiamo notizia d'iniziative di sorta, neanche d'indagine e d'inchiesta, conseguenti a quanto sconvolge la Francia agricola ed apistica con il divieto del Fipronil ed il riesame del Gaucho per la concia di seme di mais.
L'unico segno di vita è il balletto delle incapacità nell'erogazione del piccolo aiuto per la calamità del 2002, da cui si è voluto, peraltro, programmaticamente escludere i giovani di recente insediamento così come i produttori apistici part-time o le aziende agricole polivalenti nonché gli apicoltori con parco d'api in crescita. Dopo la grande campagna che abbiamo saputo sviluppare nel 2002 il rischio è che ci resti solo la magra consolazione "di principio" d'essere riconosciuti ufficialmente alla pari di altri comparti agricoli.
In occasione di una visita alla mia smieleria, a conferma che ogni occasione d'incontro è buona per imparare, in uno dei sempre più frequenti viaggi per conoscere e crescere del nuovo "turismo apistico", ho avuto modo di prendere buona nota di un detto campano che rende assai bene, temo, quanto ci possiamo aspettare:
PROMETTI CERTO
E…
MANCHI SICURO!

Francesco Panella,
Novi Ligure 12 aprile 2004